Vai al contenuto principale

Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


19 maggio 1411: quando la grande Storia decise di fermarsi a Roccasecca

 |  Giorgio Giovinazzi  |  Culture

Ci sono giorni nei quali la Storia sembra avere idee piuttosto strane sulla geografia.

Prende re, principi, papi, eserciti, mercenari e condottieri destinati a riempire i libri e, invece di mandarli a Roma, Parigi o Napoli, decide di farli incontrare nella campagna di Roccasecca.

È quello che accadde il 19 maggio 1411, quando nella pianura attraversata dal Melfa si affrontarono gli eserciti di Luigi II d’Angiò e del re di Napoli Ladislao d’Angiò-Durazzo. Non una scaramuccia tra signorotti locali, ma uno scontro inserito nella complicatissima partita politica per il controllo del Regno di Napoli. Le fonti concordano sulla vittoria militare di Luigi II, che però non riuscì poi a trasformarla nella conquista del Regno.

Per capire cosa ci facessero migliaia di uomini armati dalle nostre parti bisogna ricordare che all'inizio del Quattrocento l'Italia era tutto fuorché un Paese tranquillo.

In realtà non era neppure un Paese.

Era un gigantesco condominio litigioso nel quale regni, città, signorie, baroni e autorità ecclesiastiche cambiavano alleanze con una certa disinvoltura. A complicare ulteriormente le cose c'era lo Scisma d'Occidente, con la cristianità divisa e diversi pretendenti alla guida della Chiesa.

In mezzo a tutto questo c'era il Regno di Napoli.

E, soprattutto, c'era un trono.

Quando compare un trono, nella storia medievale, difficilmente manca qualcuno convinto che gli spetti.

Due uomini, un solo Regno

Da una parte troviamo Ladislao di Durazzo, re di Napoli, sovrano ambizioso e determinato a espandere la propria influenza verso l'Italia centrale.

Dall'altra Luigi II d'Angiò, che sul Regno vantava propri diritti dinastici e che nel 1411 tornò alla carica con un esercito considerevole. Il 28 aprile lasciò Roma dirigendosi verso il Mezzogiorno; Ladislao raccolse rapidamente le proprie forze per sbarrargli la strada.

Ed è qui che entra in scena Roccasecca.

Non per caso.

La nostra zona era una terra di passaggio strategica tra Roma e Napoli. Chi voleva scendere verso il Regno oppure risalire verso lo Stato della Chiesa prima o poi doveva fare i conti con queste vallate, con i corsi d'acqua, con le strade e con le fortificazioni che controllavano il territorio.

Insomma, molto prima dell'autostrada e della Tav, da queste parti il problema era già quello dei collegamenti tra Roma e Napoli.

Solo che allora, quando il traffico si bloccava, invece di aprire Google Maps si tiravano fuori le spade.

Roccasecca diventa un campo di battaglia

Luigi avanzò verso Ceprano mentre Ladislao dispose le proprie forze nella pianura di Roccasecca.

Il 19 maggio 1411 arrivò lo scontro.

Tra gli uomini che combattevano in questa zona figuravano alcuni dei più importanti capitani di ventura dell'epoca. Nell'esercito angioino militavano, tra gli altri, Muzio Attendolo Sforza, Braccio da Montone e Paolo Orsini; dall'altra parte Ladislao poteva contare su numerosi uomini d'arme e condottieri italiani.

Per qualche ora, dunque, Roccasecca non fu periferia di nulla.

Fu il centro.

Qui si decideva una parte importante degli equilibri politici dell'Italia meridionale.

Lo scontro si concluse con una pesante sconfitta delle forze di Ladislao. Numerosi cavalieri e uomini d'arme del sovrano napoletano furono catturati e lo stesso re dovette ritirarsi verso San Germano, l'odierna Cassino.

Luigi II aveva vinto.

E aveva vinto bene.

Sembrava arrivato il momento decisivo: inseguire l'avversario, impedirgli di riorganizzarsi e puntare verso Napoli.

Sembrava.

Perché anche nel 1411, evidentemente, vincere era più semplice che sapere cosa fare dopo aver vinto.

La vittoria buttata via

Ed è probabilmente questa la parte più affascinante dell'intera vicenda.

Luigi II d'Angiò aveva davanti un avversario sconfitto e in ritirata. Muzio Attendolo Sforza avrebbe voluto proseguire l'azione, ma Luigi non sfruttò immediatamente il successo.

Ladislao ebbe così il tempo di raccogliere nuovamente le proprie forze e organizzare una linea difensiva a San Germano. Quando Luigi tentò di proseguire, la situazione era ormai cambiata.

Il grande vincitore di Roccasecca aveva perso l'occasione.

A luglio era nuovamente a Roma e il 3 agosto 1411, alle prese con mancanza di denaro e viveri, problemi tra le truppe e malcontento dei capitani, ripartì per la Provenza.

Ladislao, sconfitto sul campo, aveva sostanzialmente vinto la guerra.

Uno dei tanti paradossi della Storia.

E forse anche una delle prime dimostrazioni documentate, dalle nostre parti, del principio secondo il quale si può avere in mano una grande occasione e riuscire comunque a farsela scappare.

La grande Storia sotto casa

Oggi attraversiamo quei luoghi pensando ad altro.

Case, strade, campi, capannoni, il Melfa che continua tranquillamente il suo corso. È difficile immaginare che più di sei secoli fa, in questa stessa pianura, si muovessero cavalieri, uomini d'arme e alcuni tra i più celebri condottieri del Quattrocento.

Eppure accadde.

La stessa storia ufficiale del Comune ricorda il 1411 come l'anno della battaglia di Roccasecca.

Ed è forse questo l'aspetto che dovremmo imparare a raccontare meglio.

Perché siamo abituati a considerare la storia del nostro territorio come una piccola storia locale, interessante soprattutto per chi ci vive. Ma spesso è vero esattamente il contrario.

La posizione geografica di Roccasecca, della valle del Liri e dell'antica Terra di San Benedetto ha fatto sì che per secoli queste zone fossero attraversate dagli eserciti, dai commerci, dai pellegrini e dalle grandi vicende politiche che collegavano Roma al Mezzogiorno.

Il 19 maggio 1411 ne rappresenta una delle dimostrazioni più clamorose.

Quel giorno due uomini che pretendevano lo stesso Regno portarono qui i loro eserciti.

Luigi vinse la battaglia e perse l'occasione.

Ladislao perse la battaglia e salvò il Regno.

Roccasecca, invece, si prese per un giorno un posto nella grande storia italiana.

Un posto che, oltre seicento anni dopo, forse dovremmo ricordare un po' di più.

Perché abbiamo una curiosa abitudine: andare a cercare la Storia a centinaia di chilometri da casa e poi passare

distrattamente sopra quella che abbiamo sotto i piedi.