Vai al contenuto principale

Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


Nostalgia Canaglia

 |  Giorgio Giovinazzi  |  Territori
L'Italia degli anni Ottanta, immaginata da ChatGPT

Raggiunta la quarantina, ciascuno di noi inizia a guardarsi un po’ indietro, a cercare fra i ricordi qualche periodo dell’adolescenza o della prima giovinezza in cui tutto ci sembrava migliore, più semplice. È umano, nulla di strano o sbagliato nel farlo. Ma quando la logica del rimpianto e della ricerca di una età d’oro viene propinata dai media come ritornello comunicativo e come rifugio dai mali della società, a mio avviso il gioco è pericoloso.

Nel Regno Unito, nel diciannovesimo secolo, la povertà era drammatica. Mangiare e riscaldarsi rappresentavano un problema per gran parte della popolazione. Fu perciò costruita a tavolino tutta quella serie di tradizioni e abitudini (a partire dal rito del tè) che hanno creato il falso mito della vecchia Inghilterra. Fu il primo esempio di nostalgia di un passato usato per non guardare ai mali del presente, o forse a sopportarli meglio.

Dopo 170 anni è facile notare qualcosa di simile, facendo ovviamente riferimento alla nostra amata Terra di Lavoro. A partire da testate giornalistiche molto piacione, autocelebrative quanto platealmente asservite, per arrivare alle numerose feste "voglio tornare negli anni Ottanta o Novanta" sembra che molti guardino con rimpianto ai decenni passati.

Ma siamo (siete) proprio sicuri di ricordare cosa sono stati quegli anni?

Lasciando da parte lo Yuppismo, le giacche con le spalline, i capelli col gel e le pennette alla vodka, non vivevamo mica tanto bene.

Negli anni Ottanta il Basso Lazio scoprì il futuro, ma preferì lasciarlo prudentemente fuori dalla porta.

La politica parlava di sviluppo mentre mancavano quasi totalmente opere pubbliche realmente utili, e i politicanti erano impegnati in lotte senza quartiere per primeggiare. Ogni paese aveva il suo notabile, il suo rivale e almeno tre aspiranti successori.

Le ideologie dividevano le piazze, ma gli appalti riuscivano spesso a riconciliarle. Il voto era libero, naturalmente, purché si ricordasse chi aveva procurato quel piccolo favore. La raccomandazione non era corruzione: veniva considerata una forma artigianale di solidarietà. Per trovare lavoro non serviva un curriculum, ma un albero genealogico ben potato. Le fabbriche promettevano emancipazione e distribuivano turni, fumo e illusioni a tempo determinato. L’operaio timbrava il cartellino di fine turno e poi correva a fare il secondo lavoro di imbianchino, idraulico o elettricista. Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo. Lo stipendio industriale comprava il televisore, mentre l’orto continuava a garantire la cena. I sindacati riempivano le sale, ma talvolta svuotavano il coraggio appena arrivava il padrone.

Il clientelismo era il vero servizio pubblico: lento, selettivo, ma sorprendentemente resistente. Ogni assessore aveva una soluzione, purché il problema appartenesse al collegio elettorale giusto. I consigli comunali sembravano teatri, con molti protagonisti e pochissimi spettatori innocenti. Il campanilismo trasformava pochi chilometri di distanza in una frontiera geopolitica.

I giovani sognavano Roma, il Nord o l’America, purché il treno partisse dalla stazione più vicina. Chi restava veniva accusato di non avere ambizione; chi partiva, di essersi montato la testa. La scuola prometteva mobilità sociale, ma spesso consegnava diplomi in attesa di una conoscenza decisiva. La cultura era celebrata nei discorsi e parcheggiata nei bilanci tra le spese rinviabili. Gli anni Ottanta passarono tra progresso autentico, occasioni mancate e debiti lasciati in eredità. E il Basso Lazio entrò nella modernità a modo suo: con un piede avanti e l’altro ben piantato nel favore personale.

Soprattutto a leggere certi articoli si nota come soprattutto si rimpianga la politica di quegli anni: corrotta ma apparentemente efficace. Un colorato castello di carte che negli anni Novanta è caduto miseramente. Chi scrive ricorda negli anni Ottanta una Roccasecca negletta, triste, senza vere prospettive, senza cambiamenti positivi.

Vogliamo davvero affermare che quegli anni furono un’età dell’oro? O vogliamo dire che era meglio perché la polvere si metteva sotto al tappeto e aumentava assieme al debito pubblico?